E’ vero che scrivere fa bene all’anima?

Scrivere fa bene alla salute, sia quella psichica che fisica. È un naturale processo umano l’atto di costruire storie, ed una naturale propensione umana cercare di dare un significato a quello che ci circonda. Ed il racconto autobiografico, grazie al quale possiamo arrivare a comprendere le nostre esperienze e noi stessi, è uno strumento potentissimo per la salvaguardia del nostro benessere psico-fisico. Tenere un diario, sul quale annotare, ogni giorno e a lungo andare, le esperienze e gli eventi negativi da cui siamo rimasti sconvolti o che hanno profondamente segnato la nostra vita, è una vera e propria auto-terapia e giova al benessere fisico e psicologico, riducendo lo stress e la suscettibilità allo sviluppo di malattie e migliorando l’umore e lo stato psicofisico generale.

Scrivere, infatti, rappresenta il movimento incessante del nostro pensiero che si concretizza, riesce a dare forma a ciò che pare tante volte impossibile da comunicare verbalmente per pudore? Per inabilità? Per impossibilità oggettiva? Non si butta fuori ciò che fermenta all’interno, ciò che cresce e inonda sino a ridurre lo spazio psichico individuale sostituendolo con una colata di sofferenza, di emozioni devastanti.

Le parole, le frasi prendono vita al di là del rispetto della sintassi e dell’ortografia, perché non è il virtuosismo che andiamo cercando, bensì quel canale del quale solo noi possediamo l’accesso; quel canale psichico nel quale svuotare la nostra sofferenza. Inoltre, la scrittura rappresenta una modalità atta a meglio interpretare la realtà, in quanto “parola scritta”, resa reale, ferma, ripetibile a distanza di tempo, contrariamente alla parola orale che è immediata, ma a volte scivola senza lasciare traccia. Permette di costruire significati, di costruire mondi possibili ed alternativi nei quali ricominciare ad esistere e ad agire.  

Tuttavia, non basta dar libero sfogo alle emozioni che un certo evento traumatico ci sta procurando e tradurle in parole, ma è anche, e soprattutto, necessaria un’elaborazione cognitiva dell’evento. L’organizzazione ed il ricordo di esso in modo coerente, l’integrazione di pensieri e sentimenti, dà vita ad un processo ricostruttivo dello stesso che diventa un vero e proprio racconto, una storia significativa, con riflessioni razionali che quasi mirano a voler spiegare agli altri le ragioni dell’evento stesso e che comportano immediati cambiamenti cognitivi, perché ci si confronta con le emozioni connesse all’evento traumatico narrato e se ne controlla l’impatto. Per star meglio, insomma, basta carta e penna.

di Donatella Rendine

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